Recensioni di rock'n'roll e letteratura. Aperto anche alle collaborazioni occasionali. Si partecipa inviando gli articoli firmati a: ultrafiction7@yahoo.it Grazie.
Ma quanto mi piace il nuovo disco di Lightspeed Champion?

Il redivivo Dev Hynes si accasa in Omaha, Nebraska e s'improvvisa pop- folk singer, dopo aver messo la parola "fine" fra lui e le moine nu rave da quarto (ve li ricordate?) Test Icicles. Risorto dalle ceneri della precedente esperienza musicale, sotto il moniker Lightspeed Champion, s'inventa di sana pianta il disco "Falling Off The Lavender Bridge", segno della sua conversione e dei tempi (musicali) che mutano. Un disco che certamente non cambia la vita ma che è destinato ad "essere segnato con il carbone bianco" perché rappresenta una piccola rarità nelle sue melodie introspettive, nella sua "maniera" quasi serica, a volte poco disinvolta, a volte troppo sino a deragliare nell'onirico e nel naif. Un sogno ad occhi aperti o qualcosa che gli somiglia molto. Questo è il senso che evocano canzoni di ben 10 minuti (tempi musicali che cambiano avevamo detto...) come la preziosissima "Midnight Surprise" che, già da sola sconfessa il valore dell'unico e primo disco della sua precedente band. "Dry Lips": altro episodio in cui l'avvicendarsi di più strumenti rivela una solida impalcatura e un altrettanto valido arrangiamento. Seguono le suadenti "Salty Water", "Let The Bitches Die".
Nulla è affidato al caso in queste dodici inestimabili tracce che innalzano, è fuor di dubbio, la qualità di certo cantautorato schivo, appartato e di nicchia assoluta anche se questi lemmi non mi sembrano alla fine molto appropriati per il Nostro (se non per l'attitudine più genuina e per l'approccio"bedroom pop", easy del suono) visto che già incide per la blasonatissima Domino Records, etichetta degli Arctic Monkeys, Franz Ferdinand, The Kills, Animal Collective. La brezza dei Bright Eyes, dei primi Okkervil River non fa fatica a spirare e ci sembra quasi che Lightspeed Champion stia qui a dimostrarci che un futuro è possibile anche dopo i Belle and Sebastian coadiuvati da Isobel Campbel ma chissà che non sia poi una scontata promessa per il futuro?
La bici della Domino è oramai sua, adesso bisogna vedere se si tratta di una bella speranza o solo dell'ennesimo disco ben prodotto/ ben confezionato.
Caduti anche voi dal ponte color lavanda o nella più moderna delle trappole?
"La remissività è un suicidio permanente" Manu Chao

Manu Chao non è (solo) un paraculo, lasciatemi passare questo inciso.
Prima ancora che uscisse l'album, infrange le regole del mercato discografico e mette a disposizione gratis su internet il singolo Rainin paradize.
Dopo i fatti del G8 è stato consacrato all'unisono al pantheon della fattanza "un-sacco-di-sinistra" da orde di capelloni, sballoni, sballini , nu-no- global, fake-no-global etc. che vanno a frotte ai suoi concerti per assolvere ad un tacito rito collettivo 'sinistrese'.
E magari anche oltre le sue intenzioni.
E alla fine La Radiolina è un lavoro ben fatto, esile per quanto riguarda di slanci creativi, malgrado la vivace contaminazione di altri generi come l'uptempo, la rumba, il rock e lo ska. Molti preferiscono ricordarlo nella formazione precedente, da eterno Mano Negra, per cui l'esperienza attuale non è che un infimo "come eravamo", rimpasto sempre uguale a sé stesso di temi, musiche. Insomma: con Proxima... estacion... esperanza aveva già pisciato fuori dal vaso. E di parecchio.
Il vespaio di piccole polemiche e di voci deluse, come si legge sul Mucchio Selvaggio di settembre, di chi dice che Manu Chao fa sempre le stesse due, tre canzoni «pur con il rischio di divenire Inti Illimani odierni» non rendono però giustizia a questo ultimo disco in cui la presenza di chitarre ed elementi rock è più significativa. Ed è complessivamente un disco godibile.
21 tracks, moltissime delle quali dedicate ai temi cari al genere: impegno politico, denuncia sociale, un tot di fellatio pubblicitarie a sé stesso, che il Mr. poliglotta Chao canta con le parole del castigliano, del francese, dell'italiano, dello spagnolo. Tra i pezzi più ispirati (toh!) Rainin paradize già singolo, il cui video è girato da Emir Kusturica, Tristezza Maleza, dai toni tristi e mesti appunto, Siberia, scopiazzata da Rainin paradize, El Kitapena, scopiazzata da Siberia che è scopiazzata da Rainin paradize, La Vida Tombola, dedicata a Maradona.
Come il gambero Manu Chao, alterna episodi vivaci a momenti di monotonia che raschiano il fondo del barile. Peccato che i secondi siano più ricorrenti dei primi.
Valeria De Stefano

Quando stamattina ho trovato nella pila dei dischi quella copertina a strisce variopinte intitolata Tecnicolour, ho subito pensato che non si trattava di un caso.
Sto parlando dell'ultimo album dei gallesi The Loves che incidono per la casa discografica Fortuna Pop.
Dopo un ascolto obliquo che dura dai dieci ai dodici secondi capisci che i Loves sono una piccola perla di modernariato. Il suono e l'attitudine sono quelli oramai sommersi dai quintali di dischi indie-rock che da svariati anni a questa parte hanno soppiantato la maggior parte dei generi musicali classici [ampiamente] collaudati e amati. Fattostà che ho in casa un disco del genere ( incastonato fra l'ultimo cd degli Architecture in Helsinki e il best Of di Edit Piaf). E perchè? C'entra ancora una volta il postmoderno( ancora? Baasta!). Una cosa è certa:
siamo di fronte ad un esempio di gioco-finto retrò. Secondo gli utenti sono inconsapevoli. La categoria di verità è qui sostituita da quella di efficacia.
Il rimpasto vintage è l'unica scappatoia capace di rendere l'ascolto vagamente "vissuto", retrò, ingallito senza apparire superato. Quindi ai meno consapevoli, i Loves potrebbero sembrare solo un pò demodé. Ecco. Bravi. Siete caduti nella loro trappola.
I Loves sono tanto alla moda quanto inutili e derivativi, accostabili nelle pose, nelle scarpe, nei braccialetti nelle t-shirt agli anni sessanta, ma in realtà lontani anni luce dalla musica dei-telefoni-bianchi e del mangiadischi Penny. Anche qui però il mood mellifluo che tanto bene si sposa alla moda ye-ye degli edulcorati Sixties si lascia contaminare da revival garage, in voga negli anni '80.
Pezzi danzerecci come Summertime che si concentrano sulle tastiere fluo e si alternano a momenti più temperati e riflessivi come nella track Rainbow.
Xs and Os è un piccolo gioiello garage pop, Honey restituisce il fruitore al mood-da-bigbubble. Ascoltare oggi Tecnicolour ha tanto senso quanto indossare pantaloni scampanati, fasce in testa e portare i capelli lunghi rischiando di sentirsi almeno per una volta idioti. Amen.
Ma vale la pena correre il rischio.
TINY VIPERS
HANDS ACROSS THE VOID
(Subpop-2007)

Non ci si capisce nulla. “ Allora è un bel disco”-pensi.
Hands across the void non lo è.
E’ un disco disgustoso.
Non so come si possa paragonare la voce di Jesi Fortino, aka, Tiny Vipers a quella di Nico o di Johanna Newsom. Dici Seattle e subito ti vengono in mente grunge, Nirvana, Hendrix Mudhoney. Quasi a nessuno viene in mente di associarlo a questo nuovo personaggio che incide con l’etichetta Subpop, rea di avercela sdoganata. Non ho sistemato Hands across the voids nella valigia dell’estate, l’ho ascoltato Più VOLTE, anyway. Campfire resemblance è un mantra narcolettico infiorettato di dissonanze digitali, l’ascolto è più facile con il secondo pezzo,On this side, più orecchiabile e allegro. Seguono Aron, Shipwreck e Forest on fire (la track più significativa), spezzate, dissonanti e severe. Swastika è la canzone che vale tutto l’ascolto: lunga, modulata, ululata, gli riesci a stare dietro a fatica. The Downward chiude l’album con le sue melodie misticheggianti e oscure. Nel marasma più totale ho capito che Tiny vipers giocherella con il folk, la soluzione a portata di mano per chi ha la voce a mezz’asta e un’ insostenibile sonnolenza blues. Ma anche tanto coraggio e cocciutaggine. Comunque sia, questa donna è il male. Preferisco Tullio De Piscopo.
Valeria De Stefano
www.imaginaryboys.splinder.com

Alla fine eccoci qua. Non che avessero fatto fuochi d’artificio nella scena indie, altrimenti non sarebbero scesi dal palco proprio dopo dieci onorati anni. E così i misconosciuti Sodastream si sciolgono. Il duo australiano formato da Karl Smith e Pete Cohen, appende chitarra e contrabbasso al chiodo al loro quarto album, uscito sull'etichetta australiana Trifekta nel 2006, poi pubblicato anche in Italia dalla sempre attenta Homesleep.
Non che Reservations fosse l’album di commiato perfetto anzi, dalla pura melodia, di soli contrabbassi e chitarre acustiche, a volte folkeggianti, spesso emergono suoni stucchevoli, ripetitivi cui si alternano momenti malinconici e solari. Come la morbida “Warm July” e “Twin Lakes “, controparte perfetta di un album complessivamente noioso e da chiostro. Lo chiamano chamber-pop e il suo grosso limite è proprio la “riservatezza” del suono.
Preferiamo ricordare i Sodastream per l’ indimenticabile e struggente Heaven on the ground, o Lushington Hall, (The hill for company ,2001), la brumosa Constantsheep, oppure le timide e raggianti Otherwise Open e Blinky, queste ultime due dal loro disco più vario intitolato “A minor Revival”. La title track Reservations è eccezionale sotto ogni punto di vista e riporta alla mente i Belle and Sebastian di Tigermilk, o gli (ex) Arab Strap di Malcolm Middleton anch’essi sfasciatisi dopo dieci anni poiché avevano grattato il fondo del barile e non avevano da dire nulla. Perle di modernariato che se ne vanno. O deja vu?
Tracklist:
Valeria De Stefano
www.imaginaryboys.splinder.com

Funhouse non è la colonna sonora della pazzia. Funhouse è la colonna sonora della mente del pazzo mentre riflette sulla propria patologia. Funhouse è semplicemente un equilibrio impossibile trovato e, un attimo dopo, disintegrato. Funhouse è una ventata d'aria fresca rispetto a quella fritta dei nuovi gruppi indie-rock-post-punk-chitarre-essenziali-capello-giusto-e-siamo-in-copertina. Funhouse è una bestia feroce.
E' il 1970 e siamo a Detroit. Gli Stooges reduci dal folgorante esordio omonimo sono quattro persone sull'orlo di una crisi di nervi/droghe/identità. Soprattutto il loro leader, Iggy Pop. Si mormora che sia pazzo. I quattro se ne stanno chiusi in casa (la Funhouse, appunto) a drogarsi o sparare su foto di Elvis appese al muro. Quelle armi che, dicono, gli servissero per difendersi da un'ordinanza di sgombero. In questo clima, partoriscono il primo, vero disco duro della storia, un disco sulla cui tensione tutti, ma proprio tutti quelli del rock distorto a venire dovranno confrontarsi (dai Sonic Youth ai Nirvana, dai Sex Pistols ai Jesus Lizard, fino a chi volete voi). La loro influenza ci alita sul collo ancora oggi, e ancora oggi la bellezza e la malsana freschezza di questi pezzi provoca effetti termici assurdi sulla nostra sudorazione. Down on the street, Loose e Tv Eye sono il garage, nè più, nè meno: perfetti, distorti, veloci, travolgenti, sensuali anche, ma come potrebbe esserlo un pezzo glam cantato da sopra la torre da Charles Whitman. Poi, c'è Dirt: una pseudo-ballata da nettezza, più che urbana, umana. Sembra di vedere la punta della siringa sopraggiungere. Infine, il trittico finale, che parte dalla pazzia (questa sì, reale, tangibile, punk) di 1970, e passa dall'inarrivabile bellezza del basso della title-track su cui si innestano una chitarra e un sax in volo libero verso la dissoluzione. Ed eccola, la dissoluzione: L.A. Blues, incubo sociale ma anche presa in giro della psichedelia coeva, divagazione ferina e canto luciferino e, soprattutto, cacofonia libera, rumore scostante. Affanculo gli intellettualismi mind-expanded. Siamo dei punk, noi.
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Butterflies Of Love- Famous Problems
Fortuna Pop 2007

Famous Problems ha preso un po’ di polvere sulla mia scrivania, non capisco il perché, visto che mi è piaciuto parecchio. Su tinyvoices.co.uk, webzine assai autorevole, ho appreso che parecchi indiepoppers stanno dicendo un mondo di crudeltà sul questo nuovo album. Devono avere un cuore di pietra. Perché i Butterflies of Love sono semplicemente favolosi e soprattutto non hanno nulla da spartire con gli innumerevoli indierockers che darebbero un braccio pur di essere sovraesposti in-questo-mondo-e-quell’-altro.
Si tratta del loro terzo disco inciso per la Fortuna Pop, magnifico frappè di chitarre fluo, impennate garage e ‘floppy lo-fi’, specie in uno degli episodi più ispirati: no moon no sun no stars, niente affatto energetico, biascicato come il cantato di Stephen Malkmus dei Pavement. Conquer every woe è gioiosamente scandita da battiti di mani e chitarre elettriche da far pensare ai primi Oasis. Orbit around you, che contiene in minuta gli echi di Wait for the moon rise (Belle and Sebastian), già singolo, ha la velleità di divenire un innegabile classicone.
Ghostride: mantra intimista di un disco intero.
Qualche debole, moscia, pallida traccia minimizza il lavoro che non ci vuole di certo un defibrillatore per ascoltarlo, ma nel complesso merita sette stelle su dieci.
Alla fine non vi posso raccontare tutto per filo e per segno. Un consiglio? andatevelo a comprare o non saprete mai che vi siete persi.
Valeria De Stefano

Simone Lucciola è un artista che vive, per necessità, nell’underground. Di lui non leggeremo (almeno non in questi giorni) sui giornali d’arte, ma se vogliamo saperne di più lo troviamo sulla sua fanzine “Lamette”, una rivista (anche on line) orgogliosamente autoprodotta che tasta il polso alla scena punk rock mondiale e recensisce comics anch’essi ispirati dal caro vecchio rock ‘n’ roll. In una nazione che ha, per quanto riguarda i fumetti, una diffusione carbonara, parlare di artisti come Simone significa dare una spallata all’indifferenza. Simone si occupa anche di musica, è proprietario di un’etichetta (“Lamette records”), suona nei Blood ’77 (rumoroso gruppo punk-power pop che ha prodotto un disco intitolato “Romantic Hotel” nel 2006) e dipinge splendidi ritratti di punkrocker, copertine di dischi e locandine di concerti. Le sue opere potete vederle su lamette.it e su simonelucciola.altervista.org.
Oggi ho fatto con Simone una chiacchierata ed è stato molto gentile e disponibile. Ad averne un milione di Simone Lucciola.
Sulla spinta di quali artisti hai cominciato a disegnare?
Difficile ricordare i nomi, visto che ho iniziato a disegnare a cinque o sei anni. Sicuramente sono stato influenzato dai cartoni animati che davano in televisione venticinque anni fa (qualche rarissimo Disney e l’intera invasione dei japs, che in un primo momento non erano per niente soft), oltre che dalle improbabili versioni spaghetti di cavalli di battaglia a fumetti di autori stranieri. Credo che a quei tempi pressoché tutti i bambini leggessero Braccio Di Ferro (il Popeye nazionale) e comprassero più o meno regolarmente Il Corriere dei Piccoli e Il Giornalino, e il sottoscritto certamente non è stato da meno.
Credi che la fama ed il successo possano, per così dire, addomesticare (quando non addirittura addormentare) la creatività?
Non saprei dirtelo esattamente, perché non ho mai avuto né l’una né l’altro. Però se dovessi esprimere un’opinione a bruciapelo ti direi che la creatività, per essere vissuta senza vincoli di sorta, ha sicuramente bisogno di soldi e di un tenore di vita favorevole: due cose almeno apparentemente legate al successo. Se ci pensi, del resto, molte idee rimangono nel cassetto esclusivamente per mancanza di mezzi, o perché ci sono altre esigenze meno nobili che pressano: mangiare, tanto per dirne una. Per cui, senza essere inutilmente romantico, mi limiterei a ritenere addormentati solo ed esclusivamente quelli che “creano” col tassametro alla mano: il successo probabilmente non c’entra affatto con la propensione a vendersi al meglio. Il dramma, naturalmente, è che molta creatività venduta bene equivale a un posto al ministero su raccomandazione dello zio prete, e che rimirando gli artefatti che ne scaturiscono ti domandi perché l’autore non sia andato effettivamente a bussare alla porta del parente prelato.
Tu oltre alla passione per le arti figurative suoni in un gruppo (i BLOOD ‘77): vedi una continuità in quello che produci nei due campi?
Più che vederla la rincorro, nel senso che da un po’ di tempo a questa parte cerco di corredare rigorosamente ogni uscita su disco dei Blood con un carnet di illustrazioni realizzate appositamente da uno o più disegnatori, me compreso o escluso. Il che poi è semplicemente ritornare al vecchio concept grafico degli anni ’70-’80, a cui sono rimasto comunque molto legato. In senso più largo, invece, non vedo alcuna continuità di sorta se non nell’approccio, che è intrinseco per definizione.
Vivi a Formia, che non è certo New York, o un'altra capitale dell'arte. Quanto ha inciso sulla tua formazione crescere in una realtà provinciale?
Abbastanza. Una realtà provinciale è una realtà dove non ci sono mezzi, e dove la fantasia deve svilupparsi per forza di cose, anche e soprattutto per sopperire all’assenza di riferimenti concreti. Contemporaneamente, però, la provincia non è dispersiva come il contesto urbano, quindi è più probabile che le cose inizino e finiscano. Sembrerà banale, ma è più facile mettere in piedi qualcosa con persone che puoi incontrare facendo il giro del quartiere che non con persone che stanno dall’altro capo di una metropoli.
Tu produci anche una fanzine (sia cartacea che online), ed il sito che curi, lamette.it (un database di articoli e recensioni sul punk rock) registra numerosi contatti ogni giorno. Credi che le fanzine cartacee abbiano ancora un futuro o credi che stiamo avviandoci ad un mondo incapace di leggere diversamente che su uno schermo?
Credo che ci stiamo sicuramente avviando verso lo sfacelo, se per sfacelo intendi un mondo semianalfabeta che scrive con la k al posto della c, sopprime le vocali perché non ha tempo e voglia di inserirle e ignora la punteggiatura. Ciò premesso, trovo che le fanzine cartacee abbiano ora doppiamente senso, così come tutto il complesso lavoro artigianale che c’è dietro, e che testimonia che le cose belle non si possono friggere e mangiare come i surgelati, ma ci vuole cognizione di causa e dedizione alla causa. Fermo restando che il personal computer - inteso come mezzo creativo e non come sedia a rotelle delle sinapsi – per me è e rimane la più grande innovazione culturale del ventunesimo secolo, e Internet è l’enciclopedia che ho sempre sognato.
Ho visto che ti sei autoprodotto un libro di poesie. Nella tua scrittura trova spazio anche la prosa o ti ritieni un poeta tout court?
Non mi ritengo un poeta in realtà, ma soltanto un tale che ha l’abitudine di appuntare dei pensieri a mo’ di diario e di rielaborarli successivamente. Sì, certo, mi interessa anche la prosa. Ho una bella collezione di racconti per lo più brevi sepolti nei meandri di questo PC, e se devo dirla tutta non mi dispiacciono, anzi, li pubblicherei volentieri, ma non a mie spese. Per il momento – in mancanza di offerte - mi limito a passarli a tutte le riviste o fanzine che me li accettano. Un’antologia in progress? Forse. Magari quando ne avrò scritti quarantanove…
In che stato è la scena del rock "alternativo" italiano, visto che tu lo frequenti da protagonista?
Comatoso. No, non è vero, ha i suoi alti e bassi. Però preferirei che le nuove leve la smettessero di copiare pedissequamente i gruppi del passato. Oggi sanno tutti suonare, però quando ascolto questi dischi superprodotti ho nostalgia delle demo suonate male e registrate alla brutto dio su una TDK. Forse sarò sbagliato io, chi lo sa…
Disegni anche fumetti, in questo campo da chi ti senti maggiormente influenzato?
Bonvi in primis, dal momento che è il primo autore con la A maiuscola che mi sia stato dato di leggere. Le sue “Cronachedeldopobomba” hanno influenzato pesantemente il mio modo di concepire i fumetti, tant’è che gli ho reso tributo citandole esplicitamente più di una volta. Gli altri classici invece sono sicuramente Pazienza, Tamburini, Magnus e Crumb. Mi piacciono molto anche disegnatori dell’ultima generazione come Mike Diana, Miguel Ángel Martìn, Ivan Brunetti, Richard Suicide, o gli italianissimi Maicol & Mirco, SS-Sunda, Silvano, Ratigher, Paper Resistance, Marco Corona. Non è un caso che siano apparsi tutti sulle pagine di “Lamette” o di “Nervi”, un’altra rivista a fumetti diretta dal mio amico Andrea Grieco e impaginata dal sottoscritto.

“Infinite Jest” è il romanzo che ha reso obsoleta gran parte della narrativa odierna fin dal momento della sua uscita (1996). La trama è profetica: un regista d’avanguardia, tale James O. Incandenza, gira un film chiamato appunto Infinite Jest (lo scherzo infinito) e subito dopo si suicida infilando la testa in un forno a microonde. Il film non ha nessuna pretesa artistica ed il prof. Incandenza lo gira unicamente per spirito di contraddizione nei confronti dell’industria cinematografica. Chi si sottopone alla visione della pellicola (o meglio della cartuccia, perché il film è inciso su una cartuccia digitale) muore per dipendenza dalla visione.
Il romanzo in realtà ha degli obiettivi precisi: parlare della pubblicità e dell’intrattenimento delle masse nelle loro forme più atroci e coercitive, portare alle estreme conseguenze una parodia su tutte le dipendenze che affliggono gli USA (che nel libro sono confederati in un’unica nazione con il Canada chiamata sinistramente O.N.A.N.), praticare un’ironia pesante nei confronti dei separatisti quebechiani (come già faceva Leonard Cohen nel suo romanzo sperimentale “Beatiful Losers”), rappresentati armati su sedie a rotelle (Les Assassins des Fauteulis Rollents) ed elogiare il gioco del tennis, all’interno della storia inteso come un’arte e come tale praticato nell’ ETA (Enfield Tennis Academy) fondata proprio dal dottor Incandenza e gestita da sua moglie. Tutto in quest’opera viene esasperato, ed arrivare alla fine è una prova che rende il lettore più forte (anche in virtù del fatto che Foster Wallace non gli concede assolutamente nulla per tutte le 1179 pagine). Nella narrazione si incontrano tantissimi personaggi: tutti vengono descritti in maniera dettagliata e tutti fanno qualcosa di assolutamente fondamentale per il risultato finale; peccato, però, il lettore dell’edizione italiana si trovi di fronte un testo pieno di refusi.
Sicuramente questo libro è quanto di meglio si possa leggere oggi: la sua mole e la sua complessità lo rimandano ad opere come “L’Ulisse” di James Joyce e, soprattutto, anche a detta di molti critici statunitensi, a “L’Arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon, influenza che molti hanno voluto vedere fra le pagine di “Infinite Jest” e che lo stesso Wallace rifiuta additando piuttosto come suo maestro l’altro grande nome della letteratura postmoderna: Donald Barthelme.
LA RAGAZZA DAI CAPELLI STRANI
Di David Foster Wallace
(Girl with curious hair)
260 pagine - novembre 2003
Prezzo di copertina: € 13,00
La fatica della vita a volte sta nel non saperla raccontare. Ci voleva questo duo di scrittori americani David Foster Wallace, Bret Easton Ellis per non provare soggezione nel ritrarre la società statunitense rampante [e la letteratura americana], visto che LA RAGAZZA DAI CAPELLI STRANI di Wallace attinge direttamente dalla zona grigia del non-ancora detto non-ancora scritto.
Uscito nel 1989, rivelò al pubblico il talento dell'allora 27enne Wallace, già in grado di parlarci di mal di stomaco e di quiz televisivi, di ragazzi autistici, espiazioni amorose o acconciature a forma di pene che flirtano con giovani yuppie repubblicani. Il tutto realizzato con una straordinaria capacità narrativa e con un linguaggio ipertrofico, sgargiante, capace di annientare pagine di massimalismi e altre Madame Bovary. Guadagnatosi un posto nel Pantheon dei grandissimi della narrativa postmoderna, fra Salinger e Pynchon ( suo legittimo erede), David Foster Wallace è a suo modo estimatore di certa Commedia (e tragedia) Umana, pertanto non è fuori luogo considerare il libro semplicemente geniale. Geniale perché si smascherano i trucchi della cultura contemporanea. Tutta la cultura attuale è cultura commerciale. Si gioca con il vissuto , con le allusioni, con le connotazioni americane come il programma Jeopardy! Come con un concerto di Keith Jarrett. Si ambienta una short story in una provincia profonda e lì Wallace affoga, letteralmente, i suoi personaggi, prima di distillare la loro verità segreta, le loro inquietudini, e il loro interrogarsi. La precisione della sua penna è l’equivalente della verità e se Frederick Jameson non inganna, la categoria della verità – nel postmoderno - è ampiamente sostituita dalla categoria dell’efficacia. Insomma ce n’è abbastanza per sedurre il lettore esperto. Il postmoderno seduce, un po’ come i Sex Pistols che coverizzano Johnny B. Goode dimenticandosi le parole e sbagliando il giro di basso. A questo punto non resta che chiedersi: perché la cultura italiana, dominata da un gerontocomio di settantenni, non si accosta in modo più creativo a tematiche [postmoderne] come queste? Ah, già, perché è dominata da settantenni.

Valeria De Stefano